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Pippo nella Luna

Sebbene i primi uomini sulla Luna siano giunti soltanto il 20 luglio 1969 (quest’anno cade il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna), Jacovitti li ha fatti allunare ben 24 anni prima, con la storia “Pippo nella Luna”, pubblicata come supplemento al settimanale «Il Vittorioso» in 12 tavole, dal numero 22 del 17 giugno 1945 al numero 34 del 9 settembre 1945, al prezzo di 25 lire, che corrispondono oggi a circa 95 centesimi di euro.

I protagonisti di questa storia a fumetti surreale – che, anzi, Jacovitti definisce “Grottesco di Lisca di pesce” – sono i tre amici Pippo, Pertica e Palla, conosciuti anche come i “3P”. Questi personaggi esordirono sulla rivista «Il brivido» il 5 ottobre 1940 con la storia “Pippo e gli inglesi”.

Come allunarono Pippo e i suoi amici?

Non c’è stato il razzo Saturn che, il 16 luglio 1969, portò Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins nello spazio, in direzione della Luna.

Non c’è stato il lander Eagle a farli atterrare sulla superficie della Luna né la navetta Columbia ad attenderli in orbita per riportarli sulla Terra.

Jacovitti usa uno stratagemma “onirico” e i nostri amici si ritrovano su una Luna dalle strane architetture e dalle bizzarre creature. Con un denso bianco e nero e il classico tratteggio d’epoca Jacovitti a compiere una serie di avventure ai 3 amici, prima di farli “ritornare” sani e salvi a casa loro.

Pippo nella Luna: la storia a fumetti di Jacovitti

Pippo nella Luna

17 commenti

  1. Tomaso Prospero

    Caro Ludus,
    ti interessi a Jacovitti nel 1945?? Beh, se così fosse preparati a una bella sudata!

    Comunque, “Pippo sulla luna” viene pubblicato sul “Vittorioso” nel 1945, po un poco sforbiciato sugli albi serie Pippo n°1 nel 1948. Jacovitti esordisce con il suo primo fumetto nel 1940 su “Il Vittorioso”. Il Brivido è un giornale fiorentino in vernacolo che nel 1939 ospita panoramiche e numerose dignette di Jacovitti.
    Alla fine della storia di “Pippo nella luna” ,Pippo,Pertica e Palla non sono proprio del tutto salvi, infatti la storia senza alcuna soluzione di continuità nel suo seguito “Pippo in Montagna”, dove se la dovranno vedere con pericoli ed insidie di ogni genere!
    Ciao e buon lavoro?

    Tomaso Prospero

    • Ludus

      Ciao Tomaso, benvenuto nel blog. Bella sudata perché è difficile trovarli? Di Jacovitti comunque mi piace tutto e ogni tanto riesco a comprare qualcosa.

  2. tomaso Prospero

    Caro Ludus,
    beh, si suda ancora senza fare nulla, sarà meno caldo dall’inizio della prossima settimana: comunque la produzione di Jacovitti siglata Jac1945 è copiosa , spalmata non solo sul “Vittorioso” !
    Il settimanale “Intervallo” , pubblicazione romana della Gioventù Cattolica universitaria è di fatto introvabile; fortunatamente le storie “La famiglia Spaccabue/ GHigno il maligno, Battista l’ingenuo fascista , Pippo e il dittatore, sono state ripubblicati non solo nell’amatoriale, ma anche da Stampa Alternativa in un grosso volume, ” Eia , Eia Baccalà” nel 2010 ed è ancora in catalogo.
    ancora in catalogo. Il Vittorioso del 1945/46 è stato pure ristampato, mentre degli albi relativi alle storie di quel periodo esistono svariate ristampe.

    Certo, le ristampe non sono la versione originale, ma bisogna accontentarsi di quanto passa il convento!

    Cordiali saluti ed eventuale buona lettura.

    Tomaso Prospero Turchi

  3. Tomaso Prospero

    “Roland, ehi, Roland!!” Scuoto l’amico che dorme beatamente sul divano di velluto rosso pompeiano, proprio sotto alla grande finestra che completamente aperta lascia entrare il rumore continuo del traffico che sfreccia sul boulevard sottostante, a due passi da porte Saint Cloud. Roland Topor apre gli occhi e guardandomi sorpreso sbadiglia e chiede:” ma che ore sono?”. Io indico il grande orologio a pendolo che sulla parete di fronte segna le 16,18. Ride sommessamente l’amico Roland e stirandosi un poco si mette a sedere sul divano, io subito prevengo le sue domande e dico in fretta:” ascolta bene questa storia che narrerò al presente, non in corsivo e in prima persona! Ecco si va ad incominciare! Mi schiarisco la gola e attacco: Hugo Pratt si toglie la pipa di bocca, la osserva un poco e poi la batte per farne uscire la cenere ancora fumante. Guarda con aria quasi corrucciata Luca Boschi e Leonardo Gori che stanno sorseggiando il famoso caffè irlandese che il Nostro ha imparato a fare con l’aiuto del fido maggiordomo O’ Gally, reclutato nella contea di Clare dopo il famoso caso dei delitti delle scogliere di Moher, dove un centinaio di turisti finirono al cimitero per aver bevuto tazze di caffè alla panna con stricnina al posto del liquore; non si alza dalla comoda poltrona e si avvicina alla grande portafinestra, scosta la tenda di pizzo e guardando fuori sospira dicendo:” Tomaso mio carissimo, qui al n°42 de Lancry, un posto tranquillo di questo quartiere parigino a due passi dal famoso canale di San Martin, mi trovo bene, sento un’aura positiva che mi circonda, che mi rimanda alla mente ricordi di posti lontani da me visitati innumerevoli volte. Uno di questi è sicuramente l’Irlanda.
    Naturalmente potrebbe continuare
    Sogni , sempre e solo sogni
    Mi sono addormentato mentre guardavo avidamente il volune Taschen con l’integrale di Little Nemo. Apro gli occhi e dalle fessure della finestra semiaperta filtra l’incerta luce del tramonto. Italo Calvino è pensieroso mentre sfoglia pigramente la rivista appena arrivata per posta dall’Italia. Riesco a vedere l’intitolazione: “GULLIVER”. Ah, la creatura cartacea di Grillo! in questo numero viene ristampata la storia di Jacovitti del 1945 “Pippo sulla Luna” con l’impaginazione rimontata nel formato a tutta pagina verticale. Operazione ortodossa, perché nessun taglio di vignette od altro viene effettuato. Nemmeno il lettering ha subito gli oltraggi del cosiddetto rimodernamento, tanto caro a grafici/calligrafi di nuova generazione, va beh, meglio che niente! Però l’emozione provata da chi ha avuto modo di leggere nel corso del 1945 settimana per settimana lo svolgersi del sogno lunare è ovviamente cosa irripetibile. Calvino mi osserva attentamente e con grande calma , con voce monotona mi dice:” Già, questa storia a fumetti si presterebbe bene ad essere manipolata seguendo il metodo della combinazione .. ehm, combinatoria. Ossia una operazione che ho compiuto in età matura, quella consistente nel ricavare delle storie dalla successione delle misteriose figure dei tarocchi, interpretando la stessa figura ogni volta in maniera diversa, certamente ha le sue radici in quel mio farneticare infantile su pagine piene di figure. È una sorta di iconologia fantastica che ho tentato nel Castello dei destini incrociati. . (Cfr. A. Piacentini, Tra il cristallo e la fiamma, alle voci “Calvino, Il castello dei destini incrociati…………”; “San Gerolamo”; “San Giorgio”; e per il ruolo dei fumetti nel narrare di Calvino alle pp. 431-439). Roland Topor sorride osservando Calvino intento a parlare e parlare sdraiato su un comodo divano beve da un boccale birra chiara e dopo schiocca le labbra soddisfatto: “Mi è sempre piaciuto il personaggio di Bianconiglio… un essere dominato da impulsi al limite del maniacale, rivelatosi poi alla fine uno scherano della regina malvagia. Peccato che io non abbia mai avuto l’opportunità di illustrare “Alice nel paese delle meraviglie”! Fra tutti gli artisti che ci hanno messo mano mi piace molto Newell, un americano dell’inizio del 1900 alla corte di Carrol!!” Ride ancora Topor felice della sua battuta. Jacovitti avvolto nella nube tossica emessa dall’enorme sigaro che sta fumando sorride sornione: “Ma dai Roland, qualche illustrazione con Alice protagonista l’hai pur fatta!” Topor sospira:” Beh, in verità si, ma cose da nulla, non come per Pinocchio, per il quale ho prodotto 23 illustrazioni fuori testo. Certo, una bazzecola al confronto di quanto a proposito hai combinato tu”. Così dicendo Topor ride a singhiozzo guardando Jacovitti che apertamente sogghigna. Il nostro Jac si fa improvvisamente serio. Grattandosi la testa si toglie il sigaro di bocca e lo schiaccia nel portacenere.
    Bella copertina di Gianni de Luca per la storia disegnata all’interno da Sciotti. Mah, non saprò mai se quello che ho capito corrisponde al senso dei messaggi scritti qui nel post Amici del Vittorioso”, alcuni personali e critici ma un poco beceri per il linguaggio usato. L’argomento in causa era il presunto scarso se non nullo collegamento in fatto di sinergie fra la redazione di “Vitt & Dintorni” e il qui presente sito facebook: il fatto è uscito allo scoperto durante il tentativo ( fallito) da parte mia di scrivere un intervento anche simbolico, o breve, su Gianni de Luca, in progettata uscita nel Settembre 2020 su V&D. In questo commentario relativo ai fumetti di Gianni de Luca ho palesato la mia non conoscenza di qualche storia a fumetti del Nostro apparsa su “Il Giornalino, causa primaria dei miei tormenti ansiogeni accompagnati dal fatto che nessuno mi ha potuto aiutare anche solo con un paio di tavole a colori inviate via internet. In altri ambiti tempo fa chiesi a Sauro, direttore del “Giornale Pop”, ex mio fustigatore nell’ambito delle mie passate collaborazioni sul Giornale Pop, perché mettesse in cantiere un intervento su Gianni de Luca e possibilmente relativo su quello che accadde negli anni fra il 1967 e il 1969 sul “Giornalino” stesso, come premessa al Commissario Spada nato nel 1970: si potrebbe discuterne con più competenza, visto l’argomento più attuale perché nel tempo più vicino a noi rispetto a “Il Vittorioso”, sul quale suppongo ce ne siamo abbeverati tutti da abbondanti fonti eterogenee. Tendo l’orecchio, niente , nemmeno un minimo scricchiolio da parte dell’ex toy boy, ormai avviato verso la triste meta anagrafica della sessantina e forse oltre!!!
    Mah?
    Va beh, allora inizio io qui a ciarlare dei dintorni di questo argomento: se negli anni ’60 Gino Tommaselli e Gianluigi Gonano non avessero lavorato gomito a gomito nell’ambito di quanto prodotto e poi proposto dalla rivista di fantascienza ”Gamma”, ebbene’, in quel caso non sarebbe mai nato il personaggio fumettistico de il Commissario Spada.
    Oppure sarebbe nato ugualmente, poiché Tommaselli e Gonano erano – non saprei dire in quale modo imparentati – e quindi si frequentavano ed erano amici.
    La leggenda vuole che poi Gonano si trasferisca a Parigi e ispirato dall’atmosfera dall’aura multiculturale della città delle luci, inizi a scrivere racconti di fantascienza: per la rivista prima citata denominata “Gamma” Qualcuno mi ha bisbigliato di si. Mah??
    Comunque, sia stato quello che sia stato, Gonano verso la fine del 1969 viene chiamato dalla redazione de “Il Giornalino” della quale Gino Tommaselli è caporedattore e gli viene fatta la proposta di diventare scrittore e sceneggiatore di una ipotetica serie a fumetti da pubblicarsi per “Il Giornalino” stesso con il contributo necessario e fondamentale del già celebre disegnatore Gianni de Luca, rientrato nell’area delle storie disegnate per ragazzi, dopo quasi dieci anni passati a fare l’artista e copertinista ed esecutore di “paginoni”. Gianni de Luca, un bel tipetto, un artista geniale, introverso, con ambizioni legate al suo desiderio di grandezza volto a portarlo a diventare il nuovo Michelangelo del fumetto.
    Cose lette dentro, sopra e sotto e fra le righe di quanto scritto da questo o quello ma riconfermate da quanto emerge dalla lunghissima e frammentaria intervista ( 1997/91) rilasciata dal Nostro alla figlia Laura: almeno, io ho avuto questa impressione leggendo con pazienza certosina quell’intervista, apparsa in un volume della serie formata da 4 tomi, dedicata al Commissario Spada dall’editrice Black Velvet-Edizioni BD .
    Comunque nel 1970 appare a puntate su “Il Giornalino” la prima avventura intitolata “Il ladro di uranio”, tutta a colori e disegnata da par suo dall’apparentemente ringhioso e cupo De Luca che poi nella realtà era allegro e sereno, felice di lavorare per i Paolini, capace di rifiutare altre allettanti offerte di lavoro, come quella proveniente da “Il Corriere dei Ragazzi” nel 1972 e quella dell’editrice CEPIM per la serie di albi “Un uomo un’avventura”. Non solo, ma anche di snobbare Bonelli nell’ambito di una delle famose serie di giornate di “Lucca Fumetto, manifestazione cult degli anni ’70!
    Che cosa penso, io sottoscritto povero amanuense, di questa serie di fumetti del Commissario Spada??
    Ehh, dipende dai giorni!
    Ossia, visto che sono meteoropatico e non saprei dire che cosa d’altro sono o non sono, a volte certi episodi mi piacciono e altre volte non me ne piace nessuno, ad eccezione de “Il segreto dell’isola”, perché avventura giovanilistica del figlio di Spada Mario e della sua amichetta, della quale ora e qui non ricordo il nome.
    Diciamo che nel complesso le storie di Gonano/De Luca sono secondo me troppo impegnate e immerse nell’antropologia del sociale, nell’attualità di quel famoso decennio degli anni’70, al servizio di una pubblicazione ufficialmente ed ostentatamente cattolica che proprio per questo non poteva permettere che il o i cattivi morissero senza prima redimersi o se cacciati in galera non mostrassero segni se non di ravvedimento, almeno di pentimento.
    Il disegno di de Luca?? Come possibile criticare un genio? Però devo dire che l’ultimo episodio della saga,”Fantasmi” del 1982, mostra De Luca impegnato in una ricerca puntigliosa dell’essenza del gioco delle luci e delle ombre attraverso un uso del chiaroscuro pensato come se sempre una serie di riflettori illuminassero la scena . Io preferisco de Luca elegante , a volte sintetico e stilizzato, sintetico di altre storie, comprese quelle del ventennio 50/ 60 del “Vittorioso”.

  4. Tomaso Prospero

    Che belle le storie dei “Tre Pi”

    I personaggi formativi dell’epos jacovittesco nascono in duplice forma, seriali con Pippo, Pertica, Palla e il cane Tom, e personaggi a loro stanti come Cucu, Caramba , Chicchirichi e così via. Questo fino al 1945, quando nel secondo tempo de “La famiglia Spaccabue” intitolato “Ghigno il Maligno”, si fanno vedere Cip, Gallina e chilometro, investigatori già apparsi e disegnati nel 1943/44 nella storia “Cip Poliziotto”. Sembrava un passo casuale destinato a rimanere tale ed unico. Invece Pippo, Pertica e Palla più il loro cane, reduci dall’avventura onirica sulla Luna, nella storia successiva di “Pippo in montagna”, si mescolano a Cip diventato arcipoliziotto, quasi alle sue spalle, in una storia che si svolge in montagna nel paese di Montelisca, che da questa ambientazione geografica prende il titolo!! In questa storia a fumetti nasce anche il personaggio di Zagar, un malfattore in tuta aderente nera, ispirato alla lontana, dai personaggi criminali della passata stagione della narrazione di storie a puntate sui giornali e poi dalle dispense settimanali. Nel 1945/46 Jacovitti disegna “Cip contro Zagar”, una storia epocale, che instaura il genere poliziesco all’inglese, connotato da una struttura narrativa ad enigmi, dove molti personaggi sono radunati insieme in un ambiente chiuso insieme all’investigatore di turno che con tutti loro avrà la resa dei conti inizialmente a voce, basata su un contradditorio che porterà all’identificazione del delinquente e al suo arresto! Nel caso di questa storia tutti i sospettabili sono radunati nel Castello del conte Lapislaz, collezionista di salcicce di antiquariato. Cip li raduna alla fine per smascherare il colpevole, da notare che all’interno della vicenda verso la fine, fa la sua comparsa Raimondo il vagabondo, già visto in opera nell’ambito di “Ghigno il maligno” e in una avventura a gags omonima al suo protagonista apparsa su”Il Vittorioso nel corso del 1946. I personaggi iniziano a prendersi delle iniziative, Jacovitti sornione li lascia circolare a loro piacimento! Ognuno di loro è caratterizzato da stilemi comportamentali che si ripetono uguali a sé stessi, un riflesso della situazione socio economica del periodo post conflitto della seconda guerra mondiale e che prelude al così detto “Boom economico” degli anni 50. Personaggi che tirano anche la cinghia per campare, che si arrabattano, che alla fine rimangono sempre uguali a sé stessi. Zagar verrà inevitabilmente smascherato, ma riuscirà ad ogni fine a fuggire, un epilogo che continuerà in tutte le storie future di questo genere!! Che saranno numerose (l’ultima in ordine di tempo sul “Diario Vitt” 1971 con “PiPiPi a Parlachiaro, anche se mancano i cani Tom e Kilometro, inaspettatamente mandati forse al canile da Jacovitti ), anche se intercalate per lunghi periodi da lavori di altro genere e anche con personaggi non seriali. Il nucleo formato inizialmente da pochi interpreti, tenderà a diventare più numeroso negli anni seguenti. Nel 1947 con la storia “Pippo e Zagar” i tre Pi arriveranno solo dopo cinque numeri di “sciopero,” alla base del quale stanno le due storie precedenti di “Pippo e la guerra “ e “Pippo e la pace”, che costituiscono un’anomalia in una serie a fumetti narrata sulla falsariga dell’umorismo e avventura, un’accoppiata “leggera”, mentre le due storie di pace e di guerra sono oggettivamente un “fuori serie” che non avrà fatto ridere molti bambini e ragazzi reduci da anni e anni di guerra vera! Comunque l’anno di grazia 1947 con “Pippo e Zagar, “Un cinegiallo arcipoliziesco di Jac”, vede formarsi di nuovo l’insieme di un terzetto con una coppia, più altri personaggi di contorno, che servono per imbastire un fatto non molto adatto alla fruizione di piccoli lettori: il rapimento di una bambina!! Jacovitti scivola su una buccia di banana, non è in asse con le sue fantasticherie, poiché le bambine rapite di solito non sono ridicole. Fanno affluire alle mente bruttissime storie, sono presagio funesto! Il Nostro se la cava per il rotto della cuffia con il rabbonimento dell’altrimenti truce rapitore Zagar, merito di una ramanzina subita dal saggio Pippo! Negli anni successivi le coppie possono diventano folla, sono unite in contesti particolari, come nello sportivo “Giro della Risata”!! Siamo nel 1948 che inizia con “Pippo e la bomba comica”, storia quasi di fantascienza popolare e di utopia, con l’arrivo del prof. Leopardo da Cinci, inventore dalla lunga barba bianca prensile!! Poi lo stralunato viaggio indietro nel tempo con la coppia Cip/Pippo ( e il Faraone) e contorno, più l’acerrimo nemico Zagar, nel mondo dell’antico Egitto”. Verso la fine del 1948 finisce il periodo nel quale Jacovitti presenta sul Vitt due storie contemporaneamente, una a colori a tutta pagina e una in bianco e nero collocata in genere a pagina tre e composta di tre, massimo quattro strisce [Salvo accezioni]. Salto gli anni 1949/50 perché Pippo, Pertica, Palla e cane Tom sono in altre faccende affaccendati, senza entrare in contatto con il mondo di Cip e Zagar. Fino a culminare nel 1951 con “Pippo nel castello di Rococò”, dove entra in lizza anche la signora Carlomagno, nata nel 1945 nell’ambito della storia “La Famiglia Spaccabue”. La storia della Baronessa di Rococò, suoi parenti e amici, invitati particolari come Cip e Gallina sotto mentite spoglie, Zagar, la Signora Carlomagno insieme ad una variegata “banda” di ospiti che celano la loro vera indole per scopi fraudolenti, ha trovato più di un critico portato a leggere questa storia di carattere giallo/poliziesco, in chiave di analisi antropologica legata al sociale di allora, 1951. Un momento assai particolare che segue quello della “ricostruzione”, dove si fa largo la brama della ricchezza e del relativo potere, scopi perseguiti con ogni mezzo senza tener conto del principio dell’onestà e del rispetto per i diritti altrui! Il diavolo mette lo zampino nelle società degli uomini e produce l’avidità di molti per la ricchezza, “lo sterco”, appunto, del Diavolo!! Jacovitti nelle sue storie si erge spesso a moralista, e indossa le vesti dell’avvocato accusatore e la toga del giudice, senza mezzi termini condanna delinquenti di ogni tipo, a volte li perdona per interposta persona, Pippo, Cip e così via! Però io penso che questa sua vocazione di fustigatore dei costumi, sia il pretesto per scodellarci storie divertenti, spesso fantastiche e surreali, di genere “Giallo umoristico” oppure più genericamente di avventura! Ma Jacovitti, ne ha mai parlato di tutto questo con i suoi molteplici intervistatori?? Non mi pare!!

  5. tomaso Prospero Turchi

    Pippo, Pertica e Palla dopo l’avventura onirico/ metafisica sulla Luna non sono sani e salvi, ma ricercati da Cip l’arcipoliziotto e i suoi due aiutanti, si sono rifugiati in montagna nel paesino di Montelisca!!! Che bella storia anche questa, con l’esordio di Zagar lestofante in tuta aderente nera, proveniente dalla dimensione fantastico/ poliziesca del romanzo di appendice! Inoltre in questa storia Lacovitti continua ad evolvere il suo stile verso una sintesi dei suoi disegni man mano meno trateggiati rispetto alle sue precedenti fatiche: meglio così oppure prima??

  6. Tomaso Prospero Turchi

    Pasqualino si aggira nei dintorni di Pigalle senza la vespa di buona memoria ( Vedi “Pasqualino e la vespa” su “Lo Scolaro “1959)

    Pasquale, Pasqualino, Pasqualone, un nome usato comunemente da Jacovitti nelle sue abituali declinazioni qualificative di grandezza, perchè molto comune nella sua terra di origine; per giustificarne l’uso da parte del Nostro anche su “Il Vittorioso”( ricordate la bella storia per bimbi “Pasqualino e Pasqualone” risalente al 1950?) non c’é bisogno di tirare in ballo chi dopo di lui l’ha usato per cantare Pasqualino Maragià! Mi guardo intorno e indosso gli occhiali donatemi dalla fata Porporina che di solito mi ferma a chiacchierare ogni mattina nel mio giardino!! Ahh, così vedo meglio!!Sono nei dintorni?? ma di che cosa? Un termine indefinito dove voci e parole mi aspettano per essere usate a mio piacere, mentre altrove invece non di rado quello che penso, faccio, leggo e scrivo, trova apprendisti sciamani che attraverso sfere di cristallo e mortai in legno di cedro, macinano e sparano proiettili appiccicosi di miele come per acchiappare mosche! Oppure è la mia proverbiale paranoia primaverile che galoppa a tutto spiano facendomi ondeggiare la fulva criniera di Centauro al vento? Beh si, questa è una figura ovviamente retorica! Lo scrivo per far invidia a Sauro!! Oppure a chissà chi.
    Ma ora, lasciando da parte il centauro, su una panchina/divano di questa piazza che sembra solo un incrocio di strade, nonostante il mese di Maggio parigino inverosimilmente tiepido, con il vento e questa strana pioggia che parla di solitudine quasi fermando il senso del tempo, mi sferzano senza requie, io penso, ergo sum!.
    Una sorta di attesa alla Hopper, ma senza tanta luce, con il vento che c’è ma non muove le cose. Pioggia battente, eppure sul set che mi si para davanti, di questo film amatoriale girato da Jacovitti con la consulenza di Fellini e Simenon truccato da commissario Maigret inizio anni sessanta, il gruppo di cantimbánchi girovaghi di certa etnia lombarda ( riconosco Mastro Rocchi, Ragnos the Smart e Maggio in Fiore, tutti e tre in mutandoni di lana per esigenze sceniche ( Fellini docet)!!) incuranti che l ‘addetto alle luci Hopper non illumini la scena, peraltro immota, si impegna per intrattenere i pochi curiosi passanti, che in questo remoto angolo del 20° si affollano intorno a loro. Alla questua penso io minacciando gli improvvisati spettatori a scrocco, con una finta rivoltella fatta di marzapane, raccolgo in tale maniera qualche soldino per la futura ristampa in albo di gran lusso di “Pippo e la pesca”, colorato dal daltonico Lo Tedesco in tandem con Von Turcken, mio cugino svizzero di Ginevra!
    Straziante una voce fuori campo- mi pare Pazzi che soffre di gotta- sottolinea le danze dei tre poveri malcapitati con tonalità e ritmi portoghesi popolari tradizionali. Pazzi un portoghese?? Mah, anche questo non lo immaginavo!!
    Beh, non ci troviamo esattamente nel 20° arrondissement parigino, ma un poco più ad est oltre la Porte des Lilas , dalle parti del cimitero omonimo, dove strade e vicoli si intersecano in modo disordinato mantenendo la casualità della loro disposizione risalente alla fine 800. Ah, la poesia della banlieu, cantata da Prevert e immortalata in tanti films del regista René Clair, la voce conturbante del “brutto anatroccolo” Edith Piaf, l’interprete più autorevole della chanson intime. E poi il film cult Godot, Jean Sernais dal volto impenetrabile nella bagarre del film Rififi, il primo Delon, ambiguo e – per le donne- bellissimo, Jean Gabin e il suo grisbi. Mah, altri tempi. Tempi di noir e di polar. Iacovitti ne sa qualcosa dopo aver collaborato con il settimanale “Il Travaso” durante il periodo 1957/59, con l’ultima storia ispirata sì al film “Rififi’” del 1955, ma anche al romanzo di Simenon” Maigret a Pigalle” ( Maigret au Picratt’s”) e dell’omonimo film del 1965 con Gino Cervi nella a lui ben nota parte di Maigret!! Si lo so, il film viene 5 anni dopo la storia jacovittesca, ma il romanzo di Breton al quale si ispira, ben cinque anni prima!! Non cercate peli nel piatto senza uova, questo è solo un racconto di fantasy!!
    Già il fascino del poliziesco, ma io che ci faccio qui ora mentre un freddo vento di tramontana sibilando e scendendo a raffiche dalla banlieu nord mi gela le ossa?
    Beh, è proprio per il misterioso richiamo dell’intrigo alla Simenon con Il commissario Maigret intento a decifrare gli enigmi della mente criminale, che sono qui appostato: sono stato incaricato dalla mente criminale che dirige il “Pop Giornale del fumetto” di rintracciare una persona scomparsa, forse rapita dalle forze occulte della reazione.
    Io ho qualche dubbio e penso che Domenic Volpius, lo scomparso, si sia volontariamente allontanato, abbia cioè di sua spontanea volontà fatto perdere le sue tracce. Certo, quasi certamente alla ricerca di Jacovitti e Caesar inghiottiti loro malgrado da un altro tempo ucronico dove vivono negli agi di una società veramente cristiana alla lettera, dei primi Vangeli, con Gesù che strapazza i ricconi e i mercanti nel Tempio!
    Comunque le rivelazioni di un noto confidente mi hanno segnalato la sua presenza in questo luogo, perciò, essendo stato sontuosamente pagato in fruscianti pacchetti di noccioline americane( frutta secca che non incide sulla glicemia,, farò il mio dovere. Un’ombra scivola silenziosa alle mie spalle, un fruscio di seriche vesti e un inebriante profumo di blue gardenia mi fanno intuire che la diabolica Mata Hary junior è pure lei della partita.
    Inutile voltarsi, sarebbe vano il cercare di afferrare questa sorta di fantasma la presenza del quale ho avvertito fin dal primo istante di questa mia indagine parigina.
    Una voce mi fa sobbalzare: “ehi, Tomaso, quale buon vento ti porta in questo luogo dimenticato da Dio?? Perbacco, è la voce del vecchio amico Crepascolo la Trottola, da lungo tempo latitante per intima vocazione . Al suo fianco il comandante Lupus in fabula della X° Mas mi guarda sorridendo, tirando rapide finte boccate dal suo immancabile sigaro spento, mentre il colonnello Bruno Arcieri è pensieroso e corrucciato: attende con rassegnazione la sua prossima avventura già scritta dallo scrittore venato di quieto sadismo Gorio de Leonardis!! Angela Ravetta che è ritornata alla ribalta del “Giornale Pop”,invece si sta cambiando le scarpe, chissà perché? Ah, povero me, son scarpe da corsa in salita quelle che ha indossato!! Angela Ravetta dopo avermi sfidato a seguirla su per l’erta rue de Ravignan, mi concede respiro e ne approfitta per raccontarmi quanto segue: “Su Jacovitti è stato scritto molto da quasi tutti i suoi ammiratori e qualcosa di asfittico dai detrattori, politicizzati con la fissazione che il Nostro essendo nato nel 1923 ed essendo logicamente cresciuto durante il “ventennio”, fosse un fascista ancora a 74 anni, anno della morte. Ma non è stato di fatto scritto “tutto”,verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, anche se “sabotato” dalla chiuseura dell’archivo biblioteche modenesi a causa della pandemia, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi, o cause se preferite, della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese “ a partire dalla fine della storia precedente”Sempronio, periodo di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimalmente avvisi scritti ( tipo “quanto prima” che dovreste vedere postato qui) con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno Luca Boschi su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì” nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, ma non può in effetti poi discettare nel merito del perchè e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!!il “noir”, mi dice un esperto, “rappresenta in qualche modo l’altra faccia della storia di un crimine, quella vista dalla parte del criminale. A differenza del classico giallo, per prima cosa, manca del finale consolatorio che tranquillizza il lettore e assicura il colpevole alla giustizia. Nel noir, quello che conta realmente è raccontare lo spaccato di una società – solitamente periferie emarginate, città decadenti, sobborghi malfamati – ma anche il protagonista: generalmente in chiaro-scuso e ai margini della legge. Il noir è stato paragonato al romanzo realista italiano (quello di Verga, per esempio), per la ricerca della rappresentazione della realtà e della società civile. Molto spesso nel noir la figura dell’investigatore passa in secondo piano, l’importante è raccontare, attraverso l’indagine poliziesca, gli aspetti oscuri di una città o della collettività”.Io veramente non le idee certe a proposito, poiché il termine stesso”noir” ha una pluralità di significati anche all’interno della terminologia francese! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le storie di questo genere che potrebbero di carattere comico made in France e in Itally apparse fra il 1955 e il 1960, sia sul gia citato “Travaso”o altrove , con una corposa prefazione sia storica che legata all’anasisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni a causa di motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ma Bobby Cianuro è di fatto una storia breve inventata in fretta, e ambientata negli States, quando Jacovitti non aveva minimamente nella testa “Rifif’, romanzo e suoi sguiti letterari sempre farina di Auguste Breton e una sequela di film diversi sullo stesso tema o almeno contenenti nel titolo la magica parola “Rififì”, frutto di differenti registi ed attori con l’arrivo sulla scena di Jean Gabin e in un caso anche della nostra Gina Lollobrigida!! Il fatto che la leggenda riportata e avvalorata da Luca Boschi sempre sullo stesso volume di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti” n°30, che Jac abbia lavorato per “Bobby Cianuro” dall’alba alla notte di uno stesso giorno, questo per poterla farla visionaare sempre al direttore Guastaveglia, cosa che a me appare incredibile; per gli anni sessanta la storia scelta da Cadoni nell’ambito suo saggio di una biografia immaginariadi Jac, è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già considerato 8 non precisamente dal sottoscritto) già proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica/parigina in altro ambito ( Vitt&Dintorni di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1954 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. E un finale adeguato con la morte dei protagonisti tutti “cattivi”. Da notare che Jacovitti sia in Bobby Cianuro” del 1957 ,che in Pasqualino Rififì” del 1958/59 a dar cedito alla sigla con data di jac Probabilmente Jacovitti vide il film? Io sono scettico, canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantata da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon: quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Di fatto Jacovitti si riferisce al Maigret scritto ma non a quello della televisione italiana che inizierà la prima serie nel 1964!!Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Comunque le mie impressioni io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate, anche perché benchè pubblicate sono ora vaganti in uno spazio di collocazione anaomalo! Per questo in una precedente versione di questo articolo- poi lasciata nel limbo– pensando al genere noir francese. mi son sentito di inserire anche una parte, tutta farina del mio sacco, in quanto a storia narrata da Jacovitti nel clima “Noir francese”, dove da una parte tiro in ballo il Commissario Maigret di Simenon e da un altro verso ricordo lo storico incontro di Place d’Italie fra Leo Malet scrittore della narrativa “Noir” francese e della serie “I nuovi misteri di Parigi”, con protagonista il poliziotto privato Nestor Burma e Il disegnatore Jacques Tardi ai pennelli, che dei volumi di detta serie ne ha trasportati 4 in albi a fumetti editi da Casterman! Ma la progettualità un poco distratta dei fautori internet dell’Associazione Amici del Vittorioso”, portò anni fa alla chiusura del post su facebook con la sparizione degli articoli scritti dal sottoscritto, Nino Cadoni e Toto Buffatti , poi altre iniziative atte a ripartire in bellezza con l’intento di rinnovare il sito facebook. In effetti oggi come oggi tale sito funziona senza impicci, con risultati positivi: tutto è bene quello che finisce bene! La prolificazione francese della serie filmica di “Rififì “in origine scritta in forma di romanzi da August le Breton. è praticamente sconosciuta in Italia: nulla si sa sulla eventuale loro versione in forma di storie a fumetti che pue sono uscite in Francia sotto forma di strisce quotidiane! Visto che Jacovitti dopo il tribolato esordio del 1958 e 59 di tale “fumetto”, che fu pubblicato ad intervalli irregolari sul “Travaso” probabilmente causato sia degli impegni in altre sedi di Jacovitti, che delle inderogabili regole del direttore Gastaveglia ( detto Guasta, conosciuto per la sua fama di uomo “terribile”) e delle sue riunioni settimanali per “controllare” gli elaborati dei “suoi” disegnatori e fare scelte draconiane a proposito! Io penso che Jacovitti nel 1959, definito il contratto con la proprietà del “Giorno dei Ragazzi”, abbia troncato la collaborazione con “Il Travaso” e anche con “Il Corriere dello Spazio” lasciando incompleta la storia della sua esilarante e inesorabilmente critica “Storia dell’aviazione” ( antimilitarista, poco conosciuta anche dai critici nonostante la sua ristampa dovuta alla nostra Associazione “Amici del Vittorioso”), con un certo sollievo! Mi sogno tutto?? Dormo o son desto??

  7. Tomaso Prospero Turchi

    Philippe. un giornalista francese che viveva a Roma, mi scruta soprapensiero e continuando a stringere i denti su quella povera sigaretta spenta mi bisbiglia: “Ritorno a Parigi. Ristrutturato, il Bataclan ha ritrovato la sua facciata originale. Trasformata per mesi in cappella ardente, place de la République è stata ripulita dai fiori e dalle candele che la ricoprivano. Non rimane più traccia della follia omicida dei terroristi. Ma queste tracce sono altrove, negli sguardi diffidenti, nella voce dell’altoparlante nella metropolitana che invita in continuazione in quattro lingue i parigini e i turisti a fare attenzione, nei sondaggi che danno Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali nel 2017″.
    Ah, il mondo non rimane sempre lo stesso, tutto cambia.”Già” mi fa mio cognato Luciano che da Parigi viceversa è appena rientrato:” ma sai che si è spsrsa la voce nei salotti intellettuali della Parigi montparnassiana che il tuo nome è in lizza per la legion d’onore?”
    Ehh, non lo sapevo, ma non mi meraviglio: Il fatto è che non riesco ad immaginare il motivo “.
    Che sia per la faccenda di Jacovitti? cioè che ho questa fissazione? oppure che ho la mania di Parigi? AHHh, già, quasi certamente perchè ho questa passione per Parigi e Jacovitti visti in una ottica unitaria.
    Però, la legion d’onore!!
    Ma poi che me ne farò???

  8. Tomaso Prospero Turchi

    A dire il vero Roland Topor e Gandini fondatore di Linus non amavano particolarmente i fumetti popolari, quelli che sono alla base dei più depistanti fumetti che imitano i romanzi di avventura!! Molto amati quelli di Vittorio Giardino, ma posso dire che lo considero una eccezione!! Ormai negli anni 80 “Il Vittorioso” era scomparso, ma Jacovitti si era rappacificato con “Il Giornalino” e continuava con il suo Cocco Bill adattato al clima perbenistico dei Paolini, o Paoline anche, sempre per poter campare!! Roland Topor a Parigi lavorava come un matto e purtroppo straviziava nei Bistrot notturni e non lesinava cibo e bevande alcooliche, anche se poi quasi sempre di semplice vino si trattava!!
    A tale proposito mole voci e ricordi affollano la mia mente di astemio incallito, ma io non mi distraggo e continuo il mio monologo: Topor morirà prematuramente a Parigi nel 1997 senza che Jacovitti, per quanto ne so io, ne abbia poi avuto sentore!! già, a soli 59 anni: questo nel nostro mondo. Mi auguro che in un ipotetico universo parallelo viva fino a cento anni, quindi in tal caso io penso che la possibilità di incontrarlo esiste sempre, a meno che io nell’altra dimensione non sia già morto, che so, nel 1943 sotto un bombardamento dei cari “alleati”. Un pensiero un poco truce, ma mi è venuto assolutamente non premeditato e desiderato. Mah? comunque del nostro Jac non si possono dimenticare moltissime cose e fra le tante le sue illustrazioni per il collodiano Pinocchio e il naturale seguito quasi a fumetti per “Il Vittorioso ” disegnato ne il problematico anno di grazia 1944” . A Pinocchio invece Topor giunge nei primi anni ’70, auspice Giorgio Soavi che gli commissiona la strenna Olivetti per il 1972. Tra Pinocchio e Roland si instaura immediatamente un rapporto particolare “. «Io l’adoro questo burattino. È l’unico personaggio letterario moderno, attuale, vero, con le sue curiosità, le sue viltà. E poi quel naso non le sembra un pene, il simbolo della crisi del maschio? Lo guardi quel Pinocchio con quell’aria dimessa e arresa e quel gran naso floscio, in ammirazione della Fatina».
    Io ieri sera, con la complicità della governante tuttofare ho fatto scivolare sotto il cuscino di Topor il Pinocchio illustrato di Jacovitti del 1943 ( del 1944 dolo i frontespizi) e questa mattina sono qui nel suo studio e l’ho costretto a guardare con attenzione una sorta di seguito del libro illustrato testé citato, ossia il secondo e prima citato Pinocchio di Jacovitti, disegnato nel 1944 ma poi pubblicato a puntate a partire dall’ultimo numero de “Il Vittorioso” 1946. Topor ha fatto buon viso a cattivo gioco e alla fine della lettura accompagnata da innumerevoli lievi risate, ha sospirato dicendo: “Jacovitti lo conoscevo e anche queste due trasposizioni di Pinocchio mi erano note, tanto che nel disegnare il mio di Pinocchio la mia mente andava spesso al Maestro Jac, detto lisca di pesce. Quindi qualcosa fra me e lui è passato, ma questo è un fenomeno consueto e naturale, poiché nulla nasce dal nulla. IL suo gatto e la volpe li ho tenuti presente, e anche una certa atmosfera claustrofobicca che vi ho rilevato, fra la cagnara del Gran Circo dei burattini, il mostruoso paese dei balocchi e il ventre dello smisurato pescecane. Di me e di questa opera ottocentesca relativamente alle illustrazioni, è stato spesso scritto che da essa traspare anche troppo evidentemente un Pinocchio in chiave violentemente simbolico/freudiana e che il povero burattino si carica di significati che probabilmente Collodi nemmeno immaginava. In filigrana emergono complessi forse edipici ( io sono a proposito assai scettico). Pinocchio sì abbraccia alle le ginocchia della Fatina/Fatona , ma la cosa finisce lì e ambiguità sottilmente non dichiarate (il Pescatore Verde con la sua natura ripulsiva e vagamente ittica ) sono invenzioni della mente di chi guarda e legge il libro di Collodi, non dell’autore del testo scritto e nel mio caso non certamente di chi l’ ha disegnato. I Timori ancestrali mai completamente sopiti (il Serpente) sono fenomeni comuni, un retaggio che tutti i mammiferi si portano nel DNA.. L’operazione che mi stata da alcuni attribuita, ossia un viaggio all’interno della simbologia latente di Collodi ,appare gratuita. Ma ho compiuto tutto questo viaggio rimanendo all’interno del foglio che riempie con il suo tratteggio non tanto arcaico, come a volte è stato scritto, ma piuttosto triste e cupo, personale e che appartiene ad ogni tempo, ieri come ad oggi. Se pensiamo al grade Goya……E la conclusione certo inevitabile è la discesa del burattino in quell’ universo che qualcuno ha identificato come il ventre materno. Nel grembo del pescecane Pinocchio ritroverà non la maternità mai avuta ma il suo babbo creatore, recluso nel ventre animalesco da ben sette anni ( almeno….). Poi tutti sappiamo che alla fine la mamma/fatina lo rigenererà. Beh, nelle fiabe tutto può accadere, senza tirare in ballo Freud e le ambiguità dell’inconscio. Oppure no??”La storia da riassumere sarebbe piuttosto lunga, quindi mi limiterò a fare una premessa di tipo cronologico, per spiegare la fuga in Irlanda, braccati ( io, Luca Boschi e Leonardo Gori accompagnato dal suo mentore in fatto di avvenimenti di genere poliziesco, mister Sherlock Holmes, “retired” da decenni, dedito all’allevamento di api nel suo eremo ubicato in una landa quasi irraggiungibile del Sussex e tornato in attività per supportare una strana indagine dell’alter – ego di Gori, un certo Arcieri……che spesso si può contattare nei panni di cuoco sopraffino a Parigi in rue Guisarde, nel ristorante situato al n°13, Chez Fernand.

  9. tomaso prospero Turchi

    .

    Io da piccolissimo ebbi la fortuna di guardare albi e giornali a fumetti che passavano per casa. Ad acquistarli era mio padre, disegnatore e caricaturista (Harold), che li leggeva e li dava a mio fratello Franco che allora aveva una decina di anni. Già, essendo piccolissimo guardavo più volentieri le storie di Jacovitti che quelle di Gordon. Poi ci fu una lunga pausa nella lettura in diretta del “Vittorioso”, poiché dalla fine del 1943 al Maggio 1945 a causa della guerra e della linea del fronte che avanzava da sud a nord, questo settimanale in Emilia-Romagna non poteva arrivare.

    Di tutte queste cose sento la necessità di parlarne con qualcuno che mi possa rispondere, dialogare con me a ragion veduta. Ehh, su Facebook l’aria che si respira è un’altra, non meno interessante, ma che alla fin fine con le mie esperienze di iniziato al fumetto c’entrano poco o niente. Poi c’è il lato tecnico cioè “how to do”, che io che evidentemente sono negato non riesco a memorizzare. Mi rivolgo, altro non potendo fare, a me stesso, alla mia bivalente ombra tremula, assisa sul divano che mi sta di fronte e chiedo un poco a caso: ma tu, che dovresti essere super esperto di “Lisca di pesce” (tanto che sul “Pinocchio” disegnato dal Nostro hai dissertato più volte e in differenti contesti tirando in ballo il povere Roland Topor o chissà chi altro), sai, per certo, che cosa fece Jacovitti nel corso dell’anno di grazia 1944 e nei primi quattro o cinque mesi del 1945?
    La mia tremula ombra ondeggia, mi guarda aggrottando la fronte: silenzio assoluto.

    Sta bevendo un bicchierone di spremuta di arancia corretta all’acqua minerale, si ferma un attimo e smettendo di bere si limita a bofonchiare qualcosa relativo a “Il Vittorioso”. Si muove ed insieme a me si sposta.

    Sprofondata in una accogliente poltrona di vimini ora pare sonnecchiare: poi un sussurrio, parole a mala pena percettibili: ”la prima storia di Jac con la data 1945 appare su “Intervallo”- giornale universitario romano – è “Pippo e il Dittatore”, seguita da una lunga peripezia a fumetti che porta come titolo “La famiglia Spaccabue” (e questa secondo me è la prima storia disegnata dopo “Pinocchio”, anche se il suo stile con il passare delle puntate cambia un poco , specialmente nella seconda parte intitolata “Ghigno il Maligno”. Quindi c’è stata di certo per un periodo di contemporaneità di esecuzione con le altre storie di quei mesi del 1945), poi sul n.22 del 17 Giugno 1945 de “Il Vittorioso” ecco “Pippo sulla Luna”, storia intrigante, dai numerosi risvolti psichiatrici!. Un sogno lunare di Pippo carico di simbologia con rimandi al surreale, che si diluisce in stato di veglia e che attraverso una sorta di esperienza di sonnambulismo rientra nella realtà senza rendersene conto. Jacovitti reduce dagli studi artistici e dalla frequentazione universitaria del primo anno di architettura, aveva presumibilmente una solida cultura in fatto di storia della pittura, compresa quella “moderna” del 1900, secolo per noi passato ma nel quale Jac stava allora vivendo. Probabilmente gli venne naturale pensare che la vicenda onirica di Pippo e compagnia bella, potesse essere narrata figurativamente attraverso il mondo surreale dei pittori metafisici dei quali De Chirico era ed è il caposcuola e massimo rappresentante, anche poi a ben guardare c’è il belga Magritte che non gli è da meno. Non si tratta di “surrealismo”, in modo stretto, ma di qualcosa di marca italiana, con peculiari caratteristiche di genere onirico. Jacovitti quindi utilizza le atmosfere metafisiche di De Chirico per confezionare una storia “per ragazzi” che ha un substrato colto. Poi la storia jacovittesca si evolve e bruscamente passa dal sogno al sonnambulismo e inconsciamente alla realtà, periodo nel quale il nostro Pippo credendo ancora di sognare esce di casa dalla finestra del primo piano, cadendo dentro una botte piena di acqua posta a fine grondaia: che combina allora? Ehh, di tutti colori. Ma a questo punto la storia occorre vederla e leggerla; contemporaneamente sul settimanale di Roma, il cattolico e studentesco “Intervalllo”, c’era ancora “Pippo e il dittatore”.
    “Intervallo, Intervallo”… siamo sempre all’inizio del mese di Maggio di quello stesso anno.

    Che cosa disegnò mai Jacovitti nei primi quattro mesi di quel periodo fatale, mentre ancora al nord infuriava la guerra ed io di pomeriggio al cinema comunale ospitato dall’ex palazzo della G.I.L., mi deliziavo con la visione di vecchie comiche mute, mentre la notte la passavo nell’improvvisato rifugio sotterraneo di tipo casalingo (una cantina) quando poi dal cielo il misterioso aereo inglese, soprannominato “Pippo”, sganciava bombe a casaccio con evidente scopo terroristico?
    Nessuno risponde.
    Va beh, le storie che poi furono pubblicate dopo, che si identificano osservando bene lo stile del disegno che appare inizialmente precedente a quello delle prime tavole di “Pippo e il dittatore”: “La famiglia Spaccabue” ad esempio (a mio parere Jac iniziò per prima proprio questa storia, che poi ebbe una coda assai lunga e “spezzata”), oppure la breve storia “Giove il bove” o “Oreste il guastafeste”.

    Il fatto che l’epopea degli Spaccatovi sia stata pubblicata dopo quella del Dittatore (Oreste addirittura tre anni dopo, Giove il bove decenni dopo!”) sempre su “Intervallo”, non vuol dire nulla, lo stile del disegno rivela che probabilmente Jac iniziò a disegnare le due storie in contemporanea mentre metteva mano anche ad altri lavori destinati a “Il Vittorioso”. Per questo non è possibile ordinare tutti questi lavori in data di esecuzione, perché di fatto Jacovitti li accavallò! La stranezza è che questa messe di storie hanno avuto come precedente il solo “Pinocchio” disegnato nel corso dell’anno precedente. Vera fucina jacovittesca: su questa storia sono stati versati fiumi d’inchiostro, quindi mi pare saggio evitare di ribattere sul chiodo dalla testa consunta. Ora son molte ombre, mi osservano con espressione di incertezza. Qualcuna si schiarisce la gola e sospirando apre la bocca per parlare, la richiude, la riapre per infilarci la pipa, che intanto si è ingloriosamente spenta.
    Io estraggo dal capace zaino che sempre mi tiro dietro il volume “Jacovitti 60 anni di surrealismo a fumetti “ e lo apro a pagina 76 leggendo le prime righe in alto: …il cambiamento si nota bene nel passaggio da Cin Cin (disegnata nel 1943 e non nel 1944, n.d.r.) pubblicato nel 1944 su “Il Vittorioso”, confrontandolo con le storie successive (qui si allude a “Pinocchio” disegnato del corso del 1944? Parrebbe che invece l’invito al confronto venga fatto fra Cin-Cin e Ciak, infatti…). Il cambiamento si nota bene nella sognante favola di Cin-Cin confrontata con “Ciak”, storia dal disegno meno barocco, più organizzato e coerente, basta ricostruire, al di là delle date di pubblicazione, l’autentico ordine in cui Jacovitti disegna questi capolavori, fra il suo nascondiglio fiorentino e la piena luce del sole dell’Italia liberata.
    Questa è la parte finale del capitolo “Jacovitti sulla Luna” inserito ex novo nella nuova edizione 2010 del saggio in questione, edito da Nicola Pesce e che in pratica sostituisce quella del 1992 dovuta a Granata Press. Voi che ne dite? Non c’è un poco di involontario depistaggio?
    Provate a fare un confronto su come sono disegnati rispettivamente “Pippo e la pesca” del 1943 e “Pippo sulla luna”, vi renderete conto che i due anni che li separano sono stati forieri di essenziali cambiamenti. Pensate alla storia del Nostro intitolata “Ciak”, disegnata nella metà del 1945: sarebbe stata pensabile una storia felliniana ante-lettera di tal genere solo un anno prima?
    Il mondo cambia, non solo per quanto concerne Jacovitti.
    Inizia un’altra epoca, stanno per arrivare nuovi eroi.
    Mi sbaglio?

    Poi alla fine la guerra finì.

    Del 1945, avevo sette anni, mi rammento l’arrivo del “Vittorioso” con “Pippo sulla Luna”, e soprattutto la successiva storia in perfetta continuity “Pippo in montagna”, perché era misterioso e – per me – carico di pathos. Mah?

    Pensando agli anni dell’immediato dopoguerra non posso celare la mia emozione di fronte ai ricordi del “Vittorioso” di quel periodo con storie strepitose di Jacovitti e Craveri. Fra le tante cose che meriterebbero di essere citate scelgo come inizio un numero non a caso de “Il Vittorioso” 1947: il n.45 del 23 Novembre!! Come mai due punti esclamativi? Beh, perché qualcosa c’era di diverso rispetto ai numeri precedenti, ossia l’impaginazione delle tavole centrali, quelle tutte a colori. Sul numero di Giugno 2006 di “Vitt & Dintorni” Sergio de Simone parla intervistato dal nostro Renato Ciavola: “…ma ad un certo punto Piercostante Righini venne promosso ad altro incarico; iniziò così un periodo particolarmente triste perché a sostituirlo fu chiamata una persona (Enrico Gastaldi, lo aggiungo io), che pur degnissima, non si manifestò all’altezza del suo compito, con scarsa attitudine alla direzione di un settimanale come il Vitt”.
    Io, sbrigativamente, faccio coincidere quell’infausto momento con la strana impaginazione delle due pagine centrali, dove le tavole della storia craveriana “L’Isola della pace” si rimpiccioliscono e sdoppiano, e le avventure ”Mino e Dario“ di Franco Caprioli vengono sistemate fra le rimpicciolite puntate delle peripezie craveriane dell’Isola della pace assumendo una inusitata forma di “T”!
    Mah?? a Jacovitti con “Pippo e la bomba comica”, Craveri con prima “Roba da chiodi” e poi “Il delfino inossidabile”. Sulla prima storia craveriana penso valga la pena spenderci su due paroline: viene pubblicata sulla parte sinistra del paginone centrale impaginato in modo da ospitare ben tre storie a fumetti, questo sull’onda un poco maniacale di una moda inaugurata l’anno precedente sul mondadoriano settimanale “Topolino”, che appunto nelle due pagine di centro presenta tre storie a fumetti, due disneyane e una di Brick Bradford. Ecco, in tale maniera probabilmente si pensava di mettere più carne sul fuoco per la delizia dei piccoli lettori, ma in pratica sulla graticola in tale maniera venivano messi i giovani utenti che si trovavano sotto agli occhi sì ben tre storie a fumetti, ma impaginate in modo poco pratico e soprattutto penalizzanti per gli autori/disegnatori di quei fumetti che vedevano le loro tavole rimpicciolite e disposte in modo incongruo. Riguardando ora l’avventura degli zoolandini “Roba da chiodi” opportunamente ingrandita, beh, l’effetto è sorprendentemente diverso: risulta migliorata la leggibilità, il disegno acquista più respiro, la lettura dei contenuti delle “nuvolette” e didascalie perde l’affanno derivato dall’originale compressione e piccolezza, la narrazione della stessa storia e dei suoi contenuti narrativi risulta alla lettura molto più godibile. Insomma, la doppia pagina con tre storie era e rappresenta di fatto il caso emblematico del contesto che condizione il senso di una parte del testo che gli appartiene.
    Va beh, non mi dilungo e vi invito a rileggere questa avventura craveriana ingrandendone le tavole. E poi gli albi… che non erano solo quelli dell’AVE ma anche tutti gli altri, una sorta di confusa alluvione di storie vecchie e nuove, mescolate casualmente insieme da vari editori; alcuni dall’operato assai effimero – se così mi permettete di dire – cito a tal proposito alcune serie raggruppate sotto l’egida di ”Enigmistica popolare”, editore tipografo Bandettini, Firenze. Ma i pezzi da novanta erano molti altri, fra i quali non è possibile dimenticare Nerbini e Capriotti. Nell’ambito del recente saggio a sei mani di Gori, Gadducci e Lama, “Eccetto Topolino” edito dal romano Nicola Pesce, ci si ferma praticamente al 1945: il dopoguerra sarà forse trattato in un altro successivo lavoro, anche se le premesse contemporanee (Agosto 2017) non lasciano ben sperare se anche Gori non può fare mente locale sulla copiosa e differenziata produzione nerbiniana già esistente nell’estate 1945. Va beh, però di Capriotti e le sue pubblicazioni con i rinati eroi americani dell’età d’oro si sarebbe potuto dare una visione d’insieme più approfondita, poiché in effetti, essendo l’editore in questione operante in quel di Roma ancora a guerra non conclusa – pensiamo al settimanali “Grandi Avventure”, poi all’“Avventura”, “L’Ometto Pic”, “Cantastorie”, “Giramondo” e relativi albi di Mandrake, Cino e Franco, L’Uomo Mascherato, “Marco Spada” e così via – la sua produzione di materiale a fumetti si lega in continuità con quella degli anni precedenti dovuta ad altri editori, fra i quali anche Mondadori, il quale poi per ragioni di opportunità politica (compromesso con il defunto regime fascista) rimase alla sbarra di partenza fino alla fine del 1945. Comunque io, abitando nel nord Italia, le prime cose le vidi a guerra conclusa e in modo discontinuo, spesso sulle bancarelle dell’usato che vendevano alla metà della metà del prezzo originale. In tale maniera qualcosa riuscivo ad acquistare: ricordo edita da Capriotti nella serie Grandi Avventure una storia misteriosa ed intrigante intitolata “Cino e Franco contro i fotografi della 5° colonna” ed alcuni albi de “L’Uomo Mascherato” nell’ambito dei quali il forzuto giustiziere in calzamaglia trovatosi non so come a Parigi, doveva combattere contro la banda della “Freccia d’oro”, congrega di donne bellissime ma, ahimé, dedite ad imprese delittuose di ogni genere. Nel primo dei tre albi che contengono tale avventura, “La freccia d’oro”, una didascalia iniziale ci informa che il Nostro è un passeggero su di un treno che ha viaggiato alla volta della capitale francese: ma come mai, che cosa era successo prima? Mistero, poiché di quella storia risalente peraltro in origine al 1939-40 (mai prima arrivata in Italia a causa della guerra), mancano le prime 30 strisce giornaliere! Va beh, allora queste erano cose consuete, ma io in quel momento avevo solo 11 anni e mi ponevo domande sul perché e percome: da dove arrivava L’Uomo Mascherato???

    La precedente avventura apparsa solo in parte su “L’Avventuroso” nerbiniano nel corso del 1941 ci raccontava la famosa avventura de “Il furto alla caverna del teschio”, quindi epopea ambientata nella Jungla originaria, sede naturale dell’Uomo Mascherato; su “L’Avventuroso” questa avventura continuerà apocrifa disegnata dal bravo Lemmi, ma i suoi contenuti saranno completamente inventati e quindi forvianti rispetto alla sconosciuta versione originale americana.
    Va beh, per ora è tutto.

  10. Tomaso Prospero Turchi

    Album di Associazione Amici del Vittorioso
    Alice nel paese delle meraviglie
    Jacovitti illustra “Alice” restando alla superficie.

    Come doverosa premessa ad un pur lieve approccio al capolavoro di Lewis Carroll occorre ricordare che “Alice nel paese delle meraviglie” è un prodotto dell’età vittoriana di mezzo, ossia un lasso di tempo collocabile nella metà ottocento –rappresentato da un paio di lustri – che vide evolvere in modo vorticoso il gusto per il “nonsenso” nella letteratura orale e scritta per bimbi e nell’ambito della vignetta di critica sociale e politica. Jacovitti capita quasi per caso su “Alice” a distanza di quasi un secolo dalla sua nascita: all’inizio degli anni 50 del 1900. Il nostro lavora praticamente a tempo pieno per “Il Vittorioso” creando ancora tutta una serie di fumetti estremamente diversificati come temi presentati: pensiamo alla “favola” “Pasqualino e Pasqualone” oppure A “Pippo nel castello di Rococò” (e si potrebbe continuare l’elencazione) e gioca con le sue illustrazioni di “Alice nel paese delle meraviglie” usando lo stesso stile e la stessa introspezione leggera che ritroveremo nelle illustrazioni dell’ ultima pagina di “Capitan Walter”, pubblicazione che terrà poi banco per parecchi anni. Jac quindi illustra “Alice” nel 1953 per l’editrice “La Scuola” di Brescia, forse ancora con le riminescenze del quasi coevo e omonimo film disneyano (pubblicizzato attraverso un concorso [“Un mondo come piace a me”, proseguito anche nei primi numeri del 1952] a partire dalla fine del 1951 sulle pagine de “Il Vittorioso” stesso, n°44 , pagina 😎 che mescolava personaggi ed avvenimenti di “Alice” con quelli del suo seguito”Attraverso lo specchio”. Poiché i due libri di Carroll furono originariamente racconti orali e dato che lui aveva un talento indiscusso per creare gradevoli cadenze narrative orali, ecco nascere nonsensi lessicali piacevoli all’udito, parole anche completamente inventate. Ed ecco perché il cosiddetto baule immaginario di Carroll ( portmanteau ) – che anche Jacovitti quasi certamente tentò idealmente di aprire, racchiude la fusione di parecchi abbinamenti di due parole che poco dovrebbero avere qualcosa in comune, in modo da generare un termine nonsensicale. Faccio un esempio per noi poveri novizi: Snail+Shark = Snarck. La scelta è di duplice origine: di tipo fonetico e di genere puramente lessicale. Lumaca e squalo sono animali che nulla hanno in comune, ma i lori suoni si impastano bene. Così pare al sottoscritto, che non è bilingue e che di conseguenza non pensa mai in inglese, facilmente scrive in “maccheronico”, con parole come quelle che usò Jacovitti per i personaggi della saga western di Cocco Bill, che parlavano in lingue che sembravano vere ma in effetti erano assolutamente inventate. Tornando quindi ad “Alice”, per la storia nella storia del Tricheco e del Carpentiere, ho letto che per il primo termine Carroll fu categorico, ma per il secondo la scelta spettò al disegnatore Tenniel, che ebbe in generale forte voce in capitolo per quanto riguardava l’aspetto e l’identità di alcuni personaggi. Quindi a tutti coloro che si lambiccano il cervello per trovare un nesso fra Tricheco e Carpentiere consiglio la pace dei sensi: l’abbinamento dei due nomi fu praticamente casuale, ve lo dico io che per anni ho avuto un carteggio ideale con il sommo Gardener!
    L’autobiografia lunga un secolo s’intreccia con l’amore-odio tra le molte singolarità di Alice e Attraverso lo specchio, la più curiosa delle quali è che Carroll fosse convinto inizialmente di aver rappresentato un sogno meraviglioso. Possibile che si illudesse a tal punto? Forse che questa sorta di “paradiso”, tanto anelato, dove Carrol attraverso Alice sembra smarrirsi ma in realtà tiene i piedi ben piantati per terra, non è visto e pensato come il “riflesso” di questo mondo? Con tutti i difetti e infarcito di elementi “fiabeschi”? Certo, il paese che Alice trova sottoterra è poco comprensibile, sgarbato e a volte sinistro e crudele: re idioti, regine malvage… e l’unica a seguire la ragione è… una ragazza mentre gli “adulti” hanno la testa… tra le “nuvole” coi loro “castelli in aria”! Va detto che fin da ragazzino Carroll scriveva storie fantastiche, inventava giochi linguistici o reali per intrattenere sorelle e fratelli.
    Conosce Alice e sorelle, figlie tutte del rettore (Dean) del college dove lui insegna, nel 1876 o 1877, il viaggio estivo sul Tamigi (uno dei tanti) risale al 1862: qui racconta la storia della bimba che cade nella tana/buco del coniglio.
    La narrazione orale fu poi integrata da pagine scritte in precedenza e pagine nuove.
    Così accadde anche per “Attraverso lo specchio”.
    Due libri nati e completati “per accrescimento”, lungamente meditati, corretti, in parte rifatti con parti tolte ed aggiunte.

  11. Tomaso prospero

    Jacovitti, Topor e Caesar si guardano intorno stupefatti, al loro lato Gabriel con Zazie e il Dodo con Alice non attualmente nel paese meraviglioso, si dirigono verso il bateau mouche che sta per partire in direzione Le Havre, per fermarsi a Giverny, suppongo all’altezza della residenza che fu del pittore Monet e della famosa interpretazione pittorica delle “Ninfee”, capolavoro di Monet mezzo cieco e assai vecchio per i tempi, prossimo a lasciare questo mondo di angosce!! Il giardino delle piante pullula sempre più di turisti, fra i quali molti mi sembrano spie ed investigatori del “Nuovo ordine ucronico del Grest”, spero tutti appartenenti agli Amici del New Vittorioso”, con a capo il redivivo triumvirato “Craveri, Caesar e Jacovitti”,

  12. Tomaso Prospero Turchi

    – GIORNALE POP –

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    JACOVITTI EROTICO – LA POSTA
    Sauro Pennacchioli 6 Giugno 2021

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    JACOVITTI EROTICO – LA POSTA
    Le prime donne nude di Jacovitti

    Tra il 1958 e il 1959, Jacovitti, pur essendo oberato di lavoro, realizzò ben tre storie a fumetti per il giornale satirico Il Travaso delle idee. L’ultima delle quali, intitolata “Pasqualino Rififì”, gli permise di mostrare qualche donna discinta!
    Poi per questo giornale Jacovitti non fece più alcun fumetto, ormai legato mani e piedi da un contratto con Il Giorno dei Ragazzi.
    Che pensare di questo exploit jacovittesco, più o meno 20 anni prima della collaborazione di Playmen e del “Kamasultra”? L’attuale giornale uscito in questo mese di Marzo 2023″ Cultura Cattolica”, che rappresenta la cultura, certamente, ma vista e filtrata dal punto di vistaun poco obòiquo dei Gesuiti , affronta la patata bollente di “Jacovitti cento anni dalla nascita” , che attraverso in comunicato dell’ANSA apprendiamo qualche fuscello nell’occhio ce l’ha, fra nebbia e cielo limpido, in odore di “qualunquismo”, parola assai sdrucciola di difficile certa comprensione, che deve essere sempre collocata in un contesto precisissimo, per essere poi ben vautata dai lettori! Io sono in attesa di ricevere la rivista di “Cultura Cattolica” per leggere l’intervento di otto pagine nella sua interezza, altrimenti non saprei che dire!!
    Tomaso Prospero

  13. Tomaso Prospero Turchi

    Sono sempre in attesa di ricevere il numero che contiene l’articolo su Jacovitti contenutoin “Cultura Cattolica”.

  14. tomaso prospero Turchi

    L’ho ricevuto e sono rimasto allibito!! Il gesuita Pani alla fine deraglia dalla retta via!! io l’aspettavo qui nella chiesa sede dei gesuiti parigini, ma ho sbagliato tre volte a prendere il metro! Sono ora in cammino da tre ore !!Che bello passeggiare per il Bois de Vincennes, fuori dagli arrondissements parigini, mi rivolgo a Ragni e Mastrorocco, che sono qui a Parigi per ricevere i delegati di non so più quale saggio su “ Jacovitti” , uomo timido e gentile, senza nebbia e turbinii qualunquisti”!! Jacovitti nel 1983 con la seconda storia di Joe Balordo, che si può reperire nel mensile Hachette dedicato a Jacovitti, nel 1983 dicevo anche anni fa, non fu fatto fuori da Fulvia Serra quasi direttrice di “Linus” (che pur aveva avallato la pubblicazione del primo episodio di “Joe Balordo”nel 1982) per motivi squisitamente politici, ma – mi rivolgo al mio “portaborse”, come tu ben sai caro Sauropede, o dovresti sapere, per altre questioni.Tu avrai letto che Jacovitti pur essendo un vero “Fusto” era fedelissimo alla moglie che proprio in quegli anni era , fra le altre cose, gravemente ammalata;
    Fulvia Serra o qualcuna delle sue libidinose redattrci. avrebbe voluto corteggiare il “fusto” Jacovitti, ma il nostro “Lisca di pesce” sapeva benissimo che quelle donne redattrici di Linus erano delle fanatiche anche politiche con tendenze estremiste, e non era quindi opportuno farsi coinvolgere in situazioni alla “qualunquista” in una atmosfera di demenziale confusione. Per questo Jacovitti si defilò e Fulvia Serra che sperava di prendere il Nostro con le mani in pasta, rimasta con le pive nel sacco, istericamente per meschino spirito di revance rifiutò forse di pubblicare il secondo episodio di Jaoe Balordo”. Questa non è la sola ed unica verità, ognuno a suo tempo e ancor oggi, disse e dice la sua, cosa che si riconferma con “Jacovitti nel centenario della nascita, saggio a due mani con Denari o Milioni con Colabelli, non ricordo, uscito in Marzo 2023 fresco di stampa!!lo giuro sulla testa dello stesso Edgardo Colabelli, uomo di fiducia di Jacovitti stesso, anche quando era bambino in calzoni corti e pannolino indispensabile, che conferma che spesso si richiedeva al nostro, che rivolgesse le sue battute stralunate solo alla destra politica e mai alla sinistra!. Qui il sesso non c’entrava. Di questo avviso mi pare sia parzialmente il quindicinale di “La cultura Cattolica” , quaderno gesuita romano che non va per il sottile tirando in ballo “Ombre e luci” e Jacovitti su “Linus” 1973 e 1974 con Babi Tarallo, che qualcuno su miliardi di lettori originari di tutte la parti del mondo, dichiarò annusando tale personaggio di Jac, di sentire odore di “qualunquismo”!! Questo nel 1973 e 74, mentre ben quasi 10 anni dopo ancora su “Linus” piccolo formato, Jac con “Joe Balordo “iniziò in equilibrio fra metapsichica e indagine poliziesca nei bassifondi popolati di prostitute con il primo episodio, esagerando con il secondo che allora su “Linus” non fu mai pubblicato per situazioni che ai poveri Gesuiti avrebbero fatto gelare le pelle!! Beh, si, la seconda storia è pensando all’autore, volutamente anche volgare, ma non tanto perché nel 1982/83 quando Jacovitti la disegnò firmando 1983 , fosse di colpo decaduto ( decadde poco dopo – nel 1984 penso ma non potrei giurarlo- ma per questioni di salute: la balbuzie nervosa e i tremori alle mani. Aveva solo 61 anni!!!!), ma per la cocciutaggine di Jacovitti di provocare una reazione in Fulvia Serra che, evidentemente non le piaceva, tirò dritto per la sua strada!!Ma allora perché disegnare una storia con quelle caratteristiche?? Jacovitti era irragionevolmente un bastian contrario e forse la malattia della moglie l’aveva mandato un poco fuori controllo. Neppure il compianto Luca Boschi su Hachette/ Tutto Jacovitti, tenta di venire a capo della facceda, che credo non verrà mai del tutto chiarita. Io penso alla concomitanza di più fattori sfavorevoli, indipendenti da tutti i protagonisti, buoni , cattivi , di sinistra o destra che siano stati, o anche “qualunquisti” secondo il povero padre gesuita a volte in confusione, Giancarlo Pani, anche docente universitario a Roma in “Storia della chiesa”, ci tengo a precisarlo perché alla “Sapienza” non si arriva per caso!! Già, il grande Pani insieme a Santi e Sani al Circo Rataplan per una festa in nome dei gatti liberi anche in Corea, dove viceversa sono accusati di esser qualunquisti e condannati a morte , uccisi e fatti a pezzi per essere divorati da questi coreani che certo non mi sono per nulla simpatici!, io mi confondo spesso i nomi, ma Jacovitti e Topor mai! Ora in questo Aprile 2023 che pare meteorologamente bizzoso, sono capo del gruppo dei clowns del circo prima citato e contemporaneamente protettore ed addestratore di gorilla d’ ambo i sessi, coadiuvato dalle esperte spalle di Craveri e Landolfi. Jacovitti non qualunquista, sta or ora discutendo con la scatenata Yayoi Kusama (donna giunta dal paese del sol levante e dalle imprevedibili performances) che lo vorrebbe completamente ignudo per dipingere la sua epidermide di bolle rosse e gialle cadmio scuro, per poi esporlo alla mostra in atto al centro Pompidou di rue Beaubourg . La più divertita è Zazie che applaude battendo vigorosamente le mani, mentre la vittoriana Alice pudicamente si è allontanata scortata dal barcollante Dodo in tuba e ghette, che ansiosamente le copre gli occhi con le asfittiche ali. E Pinocchio ?? acquista castagnacci bollenti dal caldarrostaio Mangiafuoco, in attesa di partire per Prato dove sarà ospite d’onore di non so quale tenda della tribù beduina delle Teste ultradure. Non so se mi capite…..
    Il gatto e la volpe si guardano intorno in cerca di polli da spennare. Scocca dal vicino campanile il primo dei rintocchi della campana che ricorda a tutti che è l’ora del rancio e che il locale Pub- o Brasserie, come meglio vi aggrada- ha aperto i battenti. Eli Macbett sta mescendo una pinta di Guiness dal colore ambrato mentre al suo fianco Albert Dubout scuote la testa leggendo la sua monumentale biografia scritta da Italo Calvino con una premessa nell’ambito della quale lo scrittore ligure afferma che le biografie non contano nulla, ma solo quello che si produce concretamente ha valore . Dietro al bancone un ometto dai capelli rossi schiacciati sotto un lungo berretto verde trifoglio, dalle lunghe orecchie con una vistosa gamba di legno suona la fisarmonica cantando una nenia in gaelico. Perbacco, riconosco il lui il protagonista di un’avventura “topolinesca” E’ di certo un leprecauno, si chiama, si chiama….ahhh, ecco, Gilhooley!!

    “Già”, sospira Roland, francese di origine polacca, “ sempre l”Irlanda salta fuori dopo il tuo viaggio alla ricerca du Hugo Pratt caduto nel lago Gill e si pensa disperso, benchè avesse la tuta di sommozzatore e aria per 10 ore almeno!! Forse alla ricerca subacquea di quella chiave anche bulgara di craveriana memoria ( su “Il Vittorioso” 1938, ovviamente in italiano), pubblicata in quella lingua slava per bimbi di religione greco ortodossa, ovviamente su un giornale di quel paese al quale rimanda la lingua testè citata, questo su un ebdomadario disneyano nel corso del 1943, anno fatale per l’intera Europa coinvolta in una guerra che ormai chiaramente indicava che le forze dell’”asse” erano avviate alla sconfitta, ma anche per la Bulgaria che seppur alleata della Germania era guidata da un re coraggioso che si oppose alla persecuzione contro gli ebrei, tanto che nessuno di loro fu internato o inviato in campi di concentramento in altre nazioni alleate dei nazisti. Roland Topor, chino sul tavolo sta disegnando con penna , inchiostro e matite colorate sta scolando la sua ottava pinta di birra, si forbisce le labbra dalla schiuma e strizzando gli occhi allunga la mano e agitandola “attraverso” l’immagine la fa vibrare rendendola inconsistente finché si annulla con una sorta di lungo sospiro; poi si guarda intorno, si rigira verso Ulderico e Arturo Carlo e borbotta rivolto ai due giornalisti:” Io sono uomo di sogno e di sonno con una grande volontà di esistere……. per questo sono qui e posso ancora dialogare con voi tutti. Jacovitti lo incontrai una prima volta nel 1984 mentre insieme a Corteggiani stava allestendo una sua personale (fortemente voluta da Wolinsky) in una salone adiacente al teatro Odeon , nel cosidetto quariere latino, a due passi dai giardini del Lussemburgo: altri tempi… mah???

    La storia craveriana si intitola “La chiave del tesoro”, del 1938, ma anche pubblicata nel 1943 in Bulgaria. A proposito vedasi il post di Luca Boschi datato inizio Agosto che parla diffusamente di questo specifico “strano” avvenimento..

    tomasoProspero15 agosto 2015 alle ore 12:57
    Per l’esattezza il post di Boschi è del 27 Luglio e si intitola “Craveri in Bulgaria”.
    Rispondi

    tomasoProspero19 agosto 2015 alle ore 09:27
    Quante voci affollano la mia mente, ma io non mi distraggo e continuo il mio monologo:Topor morirà a Parigi nel 1997; già, a soli 59 anni: questo nel nostro universo. Mi auguro che in un ipotetico universo parallelo viva fino a cento anni, quindi in tal caso io penso che la possibilità di incontrarlo esiste sempre, a meno che io nell’altra dimensione non sia già morto, che so, nel 1943 sotto un bombardamento dei cari “alleati”. Un pensiero un poco truce, ma mi è venuto assolutamente non premeditato e desiderato. Mah? comunque del Nostro non si possono dimenticare moltissime cose e fra le tante le sue illustrazioni per il collodiano Pinocchio. A Pinocchio Topor giunge nei primi anni ’70, auspice Giorgio Soavi che gli commissiona la strenna Olivetti per il 1972. Tra Pinocchio e Roland si instaura immediatamente un rapporto particolare “. «Io l’adoro questo burattino. È l’unico personaggio letterario moderno, attuale, vero, con le sue curiosità, le sue viltà. E poi quel naso non le sembra un pene, il simbolo della crisi del maschio? Lo guardi quel Pinocchio con quell’aria dimessa e arresa e quel gran naso floscio, in ammirazione della Fatina».
    Io ieri sera, con la complicità della governante tuttofare ho fatto scivolare sotto il cuscino di Topor il Pinocchio Di Jacovitti del 1943 ( del 1944 dolo i frontespizi) e questa mattina sono qui nel suo studio e l’ho costretto a guardare con attenzione una sorta di seguito del libro illustrato testé citato, ossia il secondo Pinocchio di Jacovitti, disegnato nel 1944 ma poi pubblicato a puntate a partire dall’ultimo numero de “Il Vittorioso” 1946. Topor ha fatto buon viso a cattivo gioco e alla fine della lettura accompagnata da innumerevoli levi risate, ha sospirato dicendo: Jacovitti lo conoscevo e anche queste due trasposizioni di Pinocchio mi erano note, tanto che nel disegnare il mio di Pinocchio la mia mente andava spesso al Maestro Jac, detto lisca di pesce. Quindi qualcosa fra me e lui è passato, ma questo è un fenomeno consueto e naturale, poiché nulla nasce dal nulla. IL suo gatto e la volpe li ho tenuti presente, e anche una certa atmosfera claustrofobia che vi ho rilevato, fra la gran cagnara del Gran Circo dei burattini, il mostruoso paese dei balocchi e il ventre dello smisurato pescecane. Di me e di questa opera ottocentesca relativamente alle illustrazioni, è stato spesso scritto che da essa traspare anche troppo evidentemente un Pinocchio in chiave violentemente simbolico/freudiana e che il povero burattino si carica di significati che probabilmente Collodi nemmeno immaginava. In filigrana emergono complessi forse edipici ( io sono a proposito assai scettico). Pinocchio sì abbraccia le ginocchia della Fatina/Fatona , ma la cosa finisce lì , e ambiguità sottilmente non dichiarate (il Pescatore Verde con la sua natura ripulsiva e vagamente ittica ) sono invenzioni della mente di chi guarda e legge il libro di Collodi, non dell’autore del testo scritto e nel mio caso non certamente di chi l’ ha disegnato. I Timori ancestrali mai completamente sopiti (il Serpente) sono fenomeni comuni, un retaggio che tutti i mammiferi si portano nel DNA.. L’operazione che mi stata da alcuni attribuita, ossia un viaggio all’interno della simbologia latente di Collodi appare gratuita. Ma ho compiuto tutto questo viaggio rimanendo all’interno del foglio che riempie con il suo tratteggio non tanto arcaico, come a volte è stato scritto, ma piuttosto triste e cupo, personale e che appartiene ad ogni tempo, ieri come ad oggi. Se pensiamo al grade Goya……E la conclusione certo inevitabile è la discesa del burattino in quell’ universo che qualcuno ha identificato come il ventre materno. Nel grembo del pescecane Pinocchio ritroverà non la maternità mai avuta ma il suo babbo creatore, recluso nel ventre animalesco da ben sette anni ( almeno….). Poi tutti sappiamo che alla fine la mamma/fatina lo rigenererà. Beh, nelle fiabe tutto può accadere, senza tirare in ballo Freud e le ambiguità dell’inconscio. Oppure no??”.
    Rispondi

    tomasoProspero19 agosto 2015 alle ore 12:43
    Scrivevo giusto tre anni fa sul blog di Luca Boschi “Cartoonist globale”: credo che se Luca è in “ascolto”, possa riportare alla luce il post nel quale si scrisse (lui scrisse) di Topor ecc, pezzo che risale al 2010.
    Il francese Roland Topor lo incontrai a Modena trenta(?) anni or sono, in occasione di una mostra a lui dedicata nelle sale del palazzo comunale.

    La cosa che mi stupì era la fretta che Topor aveva: disegnava su grandi fogli di carta da pacchi, stesi sul pavimento, in modo forsennato le sue tipiche figure e composizioni in bilico fra il surreale e l’horror splatter, ripetendo cose che io ricordavo di aver già visto in una serie di libri e cataloghi a lui derdicati Sogni di giorno, ed Mondadori, per esempio..

    Era in ritardo per l’inaugurazione della mostra, aveva fretta.Almeno questo è quanto frettosamente dedussi allora
    Rimasi veramente allibito, poiché pensavo, avevo sempre pensato, a lui come ad un artista nel vero senso della parola, senza il demone del denaro a tirargli la giacca.

    Ero un povero illuso?
    Ecco, oggi che da allora tre anni sono trascorsi, mi chiedo ancora se Topor , che doveva pur campare, a volte pressato dagli impegni tendesse a ripetersi.
    Oppure la sua cifra espressivo/formale era legata a quei contenuti “disturbanti” che per lui era insopprimibile esigenza dare perennemente alla luce. Continuerò a pensarci, sopra e sotto!
    Sauro Pennacchioli esce dalla spelonca!!
    “Sì, Toma, dalle torrette le guardie di Giornale Pop sparano a chi cerca di fuggire”.

    6.
    Già, è per questo che oggi tutti i Santi vegliano sui poveri mortali, o viceversa i poveri mortali ricordano i Santi nella speranza che qualcosa possa migliorare e che le pallottole non ci colpiscano!!.
    Sauro sei troppo infofferente, non è la prima volta che immagino di essere intrappolato e bersagliato da un luogo dal quale cerco di evadere. E’ una situazione che con subdole varianti sogno spesso, poi mi sveglio e mi alzo anche se è prima mattina e cerco di farmi passare il malumore facendo il caffè! Diciamo che l’affanno quotidiano del vivere si riflette in una situazione che fra l’altro è stata sfruttata in parecchi romanzi o film dove la persona in fuga -quasi sempre innocente- si deve ingegnare per cavarsela in un susseguirsi di situazioni per lui pericolosissime.
    E’ un classico, che ha come variante l’eroe che insegue una preda o comunque deve raggiungere una meta per salvare qualcuno o qualcosa. ( penso al film “Frantic”)
    Entrando nel campo della fantascienza le cose si complicano perchè non c’è limite alle variabili.
    Il romanzo che ora per me anziano lettore è al centro del mio interesse e delle mie fantasie è “L’uomo nell’alto castello ” di Philip K Dick.
    Ora che sono riuscito a trovare quanto a proposito scrisse la signora Patricia Warrick e che fa parte di un lungo carteggio fra lei e Dick, mi sono convinto che certe spiegazioni a proposito di questa o quella cosa del romanzo prima citato, sono nate a posteriori, pensate con il senno di poi dallo stesso autore, compreso il senso dell’intitolazione stessa: L’uomo nell’alto castello.
    Il fatto che Dick abbia tentato più volte di scrivere un seguito a questo romanzo senza mai portare a termine il progetto e facendo confluire quanto a proposito scritto in altri suoi romanzi, mi ha fatto pensare che il romanzo aveva ed ha senso senso anche perché il finale è aperto. Cercarne un seguito che ne sciogla i nodi sarebbe cosa insensata, poichè meglio lasciare i protagonista in uno stato di sospensione, situazione che corrisponde molto a quanto si verifica nella realtà per tutti noi.
    Io che ne so di quello che mi accadrà domani. Nella finzione posso immaginare che i nazisti ucronici non mi cattureranno, che con il cane sapiente al mio fianco e una lupa bianca, presa in prestito da un romanzo di Williamson, che di giorno diventa una bella giornalista dai capelli rossi, uscirò dalla prigione immaginaria che è il vivere quotidiano. Vorrei anche abbattere i recinti d filo spinato, ma come fare se tutto il mondo ne è pieno?
    Mah, quante sciocchezze!!!
    Buona giornata festiva a tutti!

  15. tomaso prospero Turchi

    Già, proprio così, anche se altrove infuria la guerra!! Jacovitti piange lacrime silenziose, constatando che quello è il suo mondo del futuro è un luogo senza quasi speranza di giustizia!!

  16. tomaso prospero Turchi

    Va bene, non mi raccapezzo a scrivere su questo post che non viene MAI letto da anima viva!! Però in tale maniera nessuno mi prende a pesci in faccia!!

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